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Guerra in Sudan 2025: storia, attori e conseguenze umanitarie ed economiche di una crisi globale


Guerra in Sudan

Nel 2025, la guerra in Sudan è una realtà che dura da oltre due anni e continua a trasformare il Paese in uno dei punti più critici dell’Africa. Nata come una lotta interna per il potere, la guerra tra l’esercito regolare e le Forze di Supporto Rapido si è evoluta in una crisi multidimensionale, che combina elementi politici, militari, etnici, economici e umanitari. È un conflitto che affonda le radici nella storia recente del Paese, ma che oggi esercita un impatto silenzioso anche sui mercati internazionali, sulle rotte commerciali e sulla stabilità regionale. Per comprendere il presente del Sudan è necessario tornare al 2019, quando la caduta del presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni, sembrava aprire un nuovo capitolo. Dopo mesi di proteste popolari, una fragile alleanza tra civili e militari aveva avviato un percorso di transizione verso la democrazia. In quella fase, il Paese aveva suscitato l’interesse della comunità internazionale: i giovani sudanesi che riempivano le piazze di Khartoum erano visti come simbolo di una nuova stagione politica africana. Tuttavia, il controllo delle forze armate sul processo di transizione e la mancanza di fiducia reciproca tra le componenti civili e militari hanno presto portato a una paralisi politica.


Attori del conflitto:

In questo contesto si sono imposti due protagonisti. Da un lato il generale Abdel Fattah al-Burhan, capo delle Forze Armate Sudanesi (SAF), erede dell’apparato militare tradizionale e legato alle strutture statali. Dall’altro Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come Hemedti, comandante delle Forze di Supporto Rapido (RSF), un corpo paramilitare originato dalle milizie janjaweed, protagoniste dei conflitti in Darfur nei primi anni 2000. Le RSF erano state formalmente integrate nello Stato dopo il 2013, ma di fatto avevano mantenuto una catena di comando autonoma, un’economia propria e un forte radicamento nelle regioni occidentali del Paese. Hemedti aveva costruito un potere economico indipendente, basato sul controllo delle miniere d’oro e su relazioni dirette con potenze del Golfo. Quando, nel 2023, il governo di transizione ha annunciato la necessità di unificare le RSF e l’esercito regolare sotto un’unica struttura, le divergenze tra i due leader sono esplose. Ciò che avrebbe dovuto essere un passo tecnico per la riforma del settore militare si è trasformato in un casus belli. Il 15 aprile 2023, le forze fedeli a Burhan e quelle di Hemedti si sono scontrate a Khartoum. Nel giro di pochi giorni, la capitale si è trasformata in un campo di battaglia.

Da allora, la guerra ha ridisegnato la mappa del Sudan. L’esercito, più radicato nell’Est e nel Nord, ha spostato il suo centro di comando a Port Sudan, sulla costa del Mar Rosso, mentre le RSF hanno consolidato la loro presenza nel Darfur e nel Kordofan, estendendo il controllo a diverse aree urbane. Le principali città del Paese (Khartoum, Omdurman, Nyala, El-Fasher) hanno subito devastazioni diffuse. L’esercito dispone di aviazione e di una struttura gerarchica più tradizionale, ma le RSF, più agili e decentralizzate, hanno sfruttato la mobilità e l’economia locale per mantenere il controllo del territorio. La guerra è diventata un conflitto di logoramento, in cui nessuna delle due parti è in grado di prevalere in modo decisivo.

Le conseguenze umanitarie sono tra le più gravi degli ultimi decenni. Secondo le stime delle Nazioni Unite, oltre 10 milioni di sudanesi sono stati costretti a lasciare le proprie case, creando la più ampia crisi di sfollati al mondo. Circa 25 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria urgente e più di 8 milioni affrontano una grave insicurezza alimentare. Intere aree del Darfur e del Kordofan si trovano in stato di carestia conclamata. Le organizzazioni umanitarie segnalano distruzioni di ospedali, scuole, centri di raccolta alimentare e infrastrutture idriche. L’uso della violenza contro i civili è diffuso, con segnalazioni di esecuzioni sommarie, saccheggi e violenze sessuali sistematiche. La città di El-Fasher, assediata per oltre un anno prima di cadere nel 2025, è diventata il simbolo del collasso. Dopo mesi di blocco degli aiuti, la popolazione ha dovuto affrontare fame, malattie e la distruzione quasi completa dei servizi essenziali.

Sul piano regionale, la guerra ha avuto effetti diretti. Centinaia di migliaia di rifugiati hanno attraversato i confini verso il Ciad, il Sud Sudan e l’Etiopia, aggravando le fragilità di Paesi già colpiti da proprie crisi interne. La chiusura dei valichi commerciali e la militarizzazione delle frontiere hanno interrotto flussi economici informali che da decenni sostenevano le economie locali. La pressione demografica sulle aree di confine ha innescato tensioni per l’accesso a terra e acqua, accentuando conflitti comunitari.


Ripercussioni Economiche:

Dal punto di vista economico, il Sudan è oggi in piena recessione. Il prodotto interno lordo si è ridotto di oltre un terzo tra il 2023 e il 2024. L’inflazione ha raggiunto livelli superiori al 400%, il sistema bancario è paralizzato e gran parte della popolazione vive di economia informale. Il governo di Burhan controlla solo una parte della burocrazia statale, mentre le RSF hanno costruito una rete economica autonoma basata su miniere aurifere, commercio di carburante e contrabbando di beni. L’oro rappresenta la principale fonte di finanziamento del conflitto: il Sudan è il terzo produttore africano, ma gran parte del metallo esce dal Paese attraverso canali non ufficiali. Le rotte del contrabbando attraversano il Darfur e raggiungono i mercati del Golfo, in particolare Dubai. I proventi alimentano la capacità militare delle RSF e rafforzano la loro indipendenza economica.

La guerra ha ridotto drasticamente anche la produzione agricola e zootecnica. Le principali aree di coltivazione del grano e del sorgo sono inaccessibili o devastate dai combattimenti. Il settore agricolo, che occupava oltre il 60% della popolazione attiva, è crollato. L’oleodotto che collega i giacimenti del Sud Sudan al porto di Port Sudan, vitale per l’economia dell’intera regione, è stato più volte interrotto, privando il Paese di valuta estera e generando forti perdite anche per Juba, che dipende da quella rotta per le proprie esportazioni di greggio. A livello macroeconomico, la contrazione delle esportazioni e la caduta delle entrate fiscali hanno reso il bilancio pubblico insostenibile. La circolazione monetaria si basa in larga parte su emissioni non coperte, alimentando ulteriormente l’inflazione.


Effetti sui Mercati Internazionali:

A queste dinamiche interne si aggiunge una rete di effetti indiretti che toccano i mercati internazionali. Il Sudan è uno snodo geografico strategico, con una lunga costa sul Mar Rosso, area oggi soggetta a crescenti rischi per la navigazione. Gli attacchi a navi commerciali e l’instabilità politica della regione hanno fatto crescere i premi assicurativi e i costi di trasporto, contribuendo a pressioni inflazionistiche nei mercati globali. Il conflitto ha inoltre influenzato il mercato dell’oro, tradizionalmente considerato un bene rifugio in tempi di incertezza. L’aumento della domanda internazionale, unito alle interruzioni della produzione e al contrabbando proveniente dal Sudan, ha contribuito a mantenere elevati i prezzi del metallo. Per i mercati finanziari, l’oro sudanese rappresenta un fattore di opacità: parte delle riserve globali si alimenta da fonti non tracciabili, creando rischi reputazionali e di conformità per banche e fondi d’investimento.

Anche la gomma arabica, una resina naturale impiegata in numerosi prodotti industriali, è un elemento chiave. Il Sudan produce circa il 70% della fornitura mondiale, e le interruzioni causate dalla guerra hanno costretto molte aziende alimentari e farmaceutiche occidentali a diversificare i fornitori. I prezzi della gomma arabica sono aumentati di oltre il 30% tra il 2023 e il 2024, incidendo sui costi di produzione di bevande, dolciumi e farmaci. Per quanto l’impatto sul PIL globale sia minimo, le imprese che operano lungo queste filiere hanno dovuto rivedere la gestione del rischio, spostando parte della produzione verso Paesi limitrofi come il Ciad o la Nigeria.

Le conseguenze finanziarie più ampie si manifestano attraverso la volatilità delle valute emergenti, la crescita dei costi assicurativi per le spedizioni e la crescente domanda di strumenti finanziari legati alle materie prime. In un contesto internazionale già segnato da tensioni geopolitiche e guerre commerciali, il conflitto sudanese contribuisce a un clima di incertezza che spinge investitori e banche centrali verso strategie più difensive. L’aumento dei flussi verso l’oro e altre commodity rifugio è una risposta diretta a questa percezione di rischio. I mercati globali, pur non reagendo in modo immediato al conflitto, ne subiscono gli effetti cumulativi nel medio periodo, in termini di costi logistici, pressioni inflazionistiche e riallocazione del capitale.

Anche il settore energetico risente delle conseguenze indirette del conflitto. Il blocco parziale dell’oleodotto sudsudanese riduce la disponibilità di greggio per i Paesi del Corno d’Africa, contribuendo a una maggiore dipendenza dalle importazioni del Golfo. Ciò ha effetti sui bilanci pubblici e sulla stabilità delle valute locali. Inoltre, il Sudan si trova lungo rotte cruciali per i cavi sottomarini e i corridoi energetici che collegano l’Africa all’Asia e all’Europa: una prolungata instabilità nella regione del Mar Rosso aumenta i costi infrastrutturali e scoraggia investimenti.


Reazioni Occidentali:

Sul piano politico-diplomatico, la guerra in Sudan ha mostrato i limiti dell’attuale sistema multilaterale. La risposta delle organizzazioni internazionali è stata frammentata: le sanzioni individuali e gli appelli al cessate il fuoco non hanno prodotto risultati concreti. Gli interessi divergenti tra le potenze regionali e la mancanza di un consenso nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno ridotto la capacità di pressione. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno espresso preoccupazione, ma senza un piano di intervento economico o umanitario su larga scala. Nel frattempo, l’Unione Africana e l’IGAD hanno cercato di promuovere un dialogo, ma le differenze di approccio tra i Paesi membri ne hanno limitato l’efficacia.

La crisi sudanese è quindi diventata un paradigma della guerra prolungata contemporanea: un conflitto in cui il collasso istituzionale si intreccia con l’autonomia economica delle milizie, l’erosione dello Stato e l’indifferenza internazionale. In assenza di una soluzione politica, il rischio principale è la frammentazione permanente del Paese. Alcuni analisti parlano di una “somalizzazione” del Sudan, ossia la creazione di aree autonome controllate da attori locali, con economie di guerra autosufficienti. Questo scenario avrebbe effetti di lungo periodo sulla sicurezza del Corno d’Africa e sull’equilibrio economico della regione.

Nonostante la gravità della crisi, il conflitto resta ai margini dell’attenzione globale. Il peso economico del Sudan sull’economia mondiale è limitato, e ciò contribuisce a ridurre la visibilità politica della guerra. Tuttavia, le connessioni tra risorse sudanesi, catene di fornitura e stabilità regionale mostrano che l’impatto è più profondo di quanto appaia. La guerra influisce sulla sicurezza alimentare africana, sul commercio marittimo, sull’industria globale dell’oro e su dinamiche migratorie che interessano anche l’Europa. È una crisi che si propaga silenziosamente, non attraverso i mercati azionari, ma attraverso le reti materiali dell’economia globale.


Il Sudan è oggi un laboratorio tragico di ciò che accade quando un Paese con grandi risorse naturali e posizione strategica perde la capacità di governance. La combinazione di guerra civile, economia informale e disintegrazione istituzionale crea un effetto domino che travalica i confini. Se l’attenzione internazionale continuerà a rimanere limitata, è probabile che la crisi si cristallizzi, generando instabilità prolungata, perdita di capitale umano e una progressiva marginalizzazione del Paese dai flussi economici globali. Il Sudan, una volta centro agricolo e commerciale dell’Africa nord-orientale, rischia di restare un territorio frammentato, attraversato da rotte di contrabbando, sfollamenti di massa e conflitti locali cronici.

Alla fine, la guerra in Sudan è più di un conflitto regionale: è un segnale di quanto la fragilità politica e la violenza economica possano intrecciarsi in un mondo interconnesso. Gli effetti della crisi, dalla volatilità dell’oro ai costi di trasporto, dai rifugiati alla sicurezza del Mar Rosso, dimostrano che la stabilità africana è parte integrante della stabilità globale. Senza una risposta coordinata, diplomatica e finanziaria, il conflitto continuerà a evolversi come una crisi “a bassa visibilità ma ad alto impatto”, un promemoria permanente del costo economico dell’indifferenza internazionale.

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