top of page

Il ritorno della Febbre dell'oro

Aggiornamento: 29 ott 2025



Il prezzo dell'oro ha disegnato un rialzo parabolico a partire dal 2022, culminato nel 2025 con il raggiungimento di massimi storici. Nell'ottobre 2025, il metallo giallo ha infranto per la prima volta la soglia psicologica dei 4.000 dollari l'oncia. Questa impennata, che ha segnato un +50% solo nell'anno in corso (dopo un +27% nel 2024 e un +13% nel 2023), rappresenta il rally più intenso e sostenuto dagli anni '70, un'epoca segnata anch'essa da alta inflazione e instabilità monetaria.

Ma cosa ha scatenato questa corsa? Per comprendere il fenomeno, è necessario analizzare una "tempesta perfetta" di fattori: la paura di perdere il treno (FOMO) e il momentum di mercato, il timore di una svalutazione del dollaro (debasement), l'intervento massiccio degli acquisti istituzionali (soprattutto banche centrali) e, nella fase finale, la spinta decisiva degli investitori retail che hanno interpretato ogni calo come un'occasione d'acquisto (buy the dip).


Il timore della svalutazione: il "Debasement Trade"

Uno dei motori narrativi principali del rally è la tesi del "debasement trade". È l'idea che le massicce politiche fiscali e monetarie espansive, avviate durante e dopo la pandemia, stiano erodendo il valore delle valute fiat (le valute tradizionali, dollaro in primis) nel lungo termine. In sostanza, molti investitori temono che la "disciplina fiscale non tornerà più", che i deficit pubblici fuori controllo alimenteranno un'inflazione elevata e persistente e che i governi eroderanno il valore reale delle monete per gestire il peso del debito.

Questa prospettiva ha spinto i capitali verso asset che non possono essere "stampati" o diluiti a piacimento, come l'oro, l'argento, i Bitcoin o i beni reali. Come nota Ray Dalio (fondatore di Bridgewater), in un contesto di debito così elevato "è naturale spostarsi in asset rifugio; l’oro è il più fondamentale di questi". Gli fa eco Ken Griffin (CEO di Citadel), sottolineando che si osserva "un’inflazione degli asset al di fuori del dollaro, man mano che gli investitori cercano di de-dollarizzare o ridurre il rischio legato ai titoli USA". L'oro, quindi, è stato acquistato come polizza assicurativa contro la perdita di valore delle valute.

Tuttavia, questa narrativa si scontra con alcune evidenti contraddizioni sui mercati. Se la svalutazione del dollaro e l'inflazione attesa fossero l'unica causa, ci si aspetterebbe segnali coerenti altrove: ad esempio, un forte aumento dei rendimenti obbligazionari USA a lungo termine (per compensare il rischio inflattivo) o un crollo del dollaro stesso. Questi segnali, però, sono stati deboli.

Come osserva Robert Armstrong sul FT, il rendimento del Treasury USA a trent'anni è rimasto piatto per due anni proprio durante la salita dell'oro, indicando che il mercato obbligazionario non prezzava affatto un'inflazione fuori controllo nel lungo periodo. Allo stesso modo, il dollaro, dopo un calo, ha smesso di scendere a metà 2025, stabilizzandosi proprio mentre l'oro accelerava.

Le interpretazioni di questa divergenza sono diverse. C'è chi ritiene la narrativa della svalutazione semplicemente esagerata. Un'altra lettura, più sottile, suggerisce che il debasement non riguardi solo il dollaro, ma tutte le valute fiat globalmente. In questa prospettiva, l'oro funge da "scialuppa di salvataggio da tutte le valute fiat" (come scrive James Athey di Abrdn).

A ciò si aggiunge il fattore geopolitico. Dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022 e le sanzioni contro la Russia, l'uso del dollaro come "arma" ha spinto molte nazioni emergenti (Cina e BRICS in testa) a incrementare le riserve auree per ridurre la dipendenza strategica dal biglietto verde.

Va poi considerato che l'oro non è solo una copertura sull'inflazione attesa, ma anche un'assicurazione contro gli scenari estremi (tail hedge): cigni neri, crisi finanziarie o nuove gravi tensioni geopolitiche.

Un'ulteriore dinamica che spiega la calma dei tassi USA è quella legata alle politiche dell'amministrazione Trump, sintetizzata da Armstrong con l'acronimo TACO – Trump Always Chickens Out. I mercati si erano convinti che l'amministrazione avrebbe sempre fatto marcia indietro di fronte a misure dolorose pur di evitare crolli di mercato. Come notava Calvin Tse di BNP Paribas, "il mercato sa che l’amministrazione ha come obiettivo dichiarato tenere bassi i tassi a lungo termine". Questa dinamica ha "calmierato" i tassi sui Treasury, permettendo all'oro di salire (come copertura contro i rischi fiscali futuri) senza che i tassi obbligazionari (soppressi dalle autorità) lanciassero segnali d'allarme.

In sintesi, il contesto macro ha fornito il terreno fertile per il rally. Tuttavia, il racconto del "dollaro in via di distruzione" è solo una parte della storia.


Le fondamenta: gli acquisti record delle Banche Centrali

Un motore fondamentale del rialzo, forse il più solido, è stata la domanda record da parte degli acquirenti istituzionali, prime fra tutte le banche centrali. Gli ultimi anni hanno visto un'accumulazione storica. Nel 2022 gli acquisti netti ufficiali hanno raggiunto 1.082 tonnellate (il livello annuale più alto dal 1967), seguite da altre 1.037 tonnellate nel 2023.

Per dare un'idea della portata: oltre un quarto di tutto l'oro comprato dalle banche centrali negli ultimi 13 anni è stato acquistato solo nel biennio 2022-2023. Questo trend è proseguito nel 2024-2025, guidato dai Paesi emergenti (Cina, Turchia, Medio Oriente, Russia, India). L'obiettivo strategico è chiaro: ridurre la percentuale di dollari negli attivi e proteggere le riserve dai rischi geopolitici e valutari, come il timore di sanzioni.

L'impatto sul mercato è stato profondo. Le banche centrali sono acquirenti "strutturali", di lungo periodo e relativamente insensibili ai rialzi di prezzo. Di fatto, hanno creato un "pavimento" per le quotazioni. È stata proprio la loro domanda, emersa con forza a fine 2022 (quando l'oro era intorno ai $1.600-$1.800), a invertire il trend ribassista e a innescare la nuova ascesa.

Questa mossa strategica delle autorità monetarie ha funzionato da catalizzatore per la fiducia di altri investitori, in un classico effetto traino. Come sintetizza Armstrong, il rally dell'oro "è iniziato come un evento fondamentalmente politico, guidato dalle banche centrali", per poi trasformarsi in qualcos'altro.


L'accelerazione: FOMO, speculazione e "Oro Cartaceo"

Se le banche centrali hanno costruito le fondamenta, la speculazione e il FOMO (Fear of Missing Out) hanno costruito i piani alti del grattacielo. Nella fase finale e più ripida del rally, il testimone è passato agli investitori finanziari sui mercati "cartacei" (futures, ETF, etc.).

Ogni nuova soglia psicologica infranta ($2.000, $3.000, $4.000) ha attirato nuovi investitori, terrorizzati all'idea di perdere ulteriori guadagni. Il World Gold Council conferma che nel 2025 la natura del rally "è cambiata", passando dai "compratori emergenti sticky" (le banche centrali) agli "investitori occidentali" e ai trader di breve termine.

Questo ha surriscaldato il mercato, aumentando drasticamente la volatilità (come dimostra la brusca correzione del -5% in un solo giorno a ottobre 2025, la più brusca da 5 anni). L'impennata del 50% nel 2025 è stata così rapida da superare di gran lunga persino l'accelerazione tipica che segue i cicli di taglio dei tassi della Fed. Quando le banche d'affari hanno iniziato a parlare di target a $5.000 come "inevitabili", il consenso bullish è diventato un campanello d'allarme.

L'"oro cartaceo" è stato il veicolo di questa speculazione. Gli ETF sull'oro hanno visto afflussi record: 64 miliardi di dollari nei primi 9 mesi del 2025, con un picco mensile di 17,3 miliardi a settembre. Questi flussi hanno un impatto immediato sulla domanda finanziaria, creando un potente circolo di feedback positivo: i prezzi salgono, attirano nuovi acquirenti (momentum trade), e i prezzi salgono ancora. Si è parlato di un "super FOMO rally".

L'anomalia di questa fase è che l'oro è salito insieme alle azioni, in una sorta di "everything bubble". L'oro non era più solo un rifugio, ma veniva comprato anche come assicurazione contro un eventuale crollo azionario. Questo crea un rischio nuovo: se le borse crollassero, l'oro potrebbe essere venduto per coprire le perdite altrove, perdendo temporaneamente la sua funzione di decorrelazione.


L'acceleratore finale: il Retail e il "Buy the Dip"

Infine, l'acceleratore finale di questa corsa è stato il piccolo investitore (retail). Il 2025 ha visto una vera e propria frenesia tra i trader non professionali, spesso coordinati dal sentiment sui social media e piattaforme di trading.

Questa massa di investitori è stata alimentata da una strategia precisa: "buy the dip", ovvero comprare su ogni piccolo storno, nella convinzione che il trend rialzista fosse inarrestabile. Questo comportamento ha reso il rally incredibilmente resiliente, annullando rapidamente le correzioni e spingendo l'oro sempre più in alto.

Come osserva Adam Posen (presidente del Peterson Institute), "i prezzi dell’oro sono guidati principalmente da investitori retail… è principalmente gente che non si fida dei governi e della moneta fiat". Per molti, l'oro è diventato un asset ideologico, una scommessa contro il sistema monetario dominante. Questi acquirenti tendono a essere insensibili al prezzo, alimentando l'irrazionalità del mercato.

I social media hanno amplificato il FOMO, e il risultato è emblematico: nei sondaggi dei gestori globali di settembre 2025, la scommessa sull'oro ("long oro") era giudicata il secondo "trade più affollato" del pianeta, subito dopo le big tech USA. Un chiaro segnale di euforia e di polarizzazione del mercato.


Conclusione

In conclusione, la spettacolare parabola del prezzo dell'oro dal 2022 a oggi non ha una sola causa, ma poggia su tre pilastri distinti che si sono alimentati a vicenda.

Il primo è il contesto macro: la paura della svalutazione delle valute, i deficit fuori controllo e i rischi geopolitici. Il secondo è la domanda istituzionale: le banche centrali che, con acquisti strategici, hanno costruito un solido "pavimento" al prezzo. Il terzo, e più esplosivo, è la psicologia di mercato: il FOMO, la speculazione sull'"oro cartaceo" e l'ingresso in massa del retail.

Come spesso accade, una narrazione fondamentale (l'oro come scudo) ha incontrato un acquirente solido (le banche centrali) e, infine, è stata cavalcata dalla psicologia di massa, spingendo i prezzi ben oltre quanto i soli fondamentali avrebbero suggerito. Paradossalmente, gli investitori in fuga dalle "bolle" di altri asset sembrano averne gonfiata una proprio sull'oro.

Resta da vedere se e quando questo slancio si esaurirà. Ma la lezione del rally 2022-2025 è chiara: l'oro è tornato prepotentemente al centro della scena finanziaria globale, spinto da una miscela di paura, politica monetaria e spirito speculativo senza precedenti negli ultimi decenni.

Commenti


bottom of page